Ito De Rolandis, le astuzie della cronaca


Se n’è andato Ito De Rolandis. E’ morto all’ospedale di Cagliari lontano dalla sua Torino. Lascia la moglie Carla, il figlio Alessandro e una nipotina di tre anni, Elpi. Per chi scrive Ito è stato, più che un amico e collega, un fratello. Era un giornalista di razza con un fiuto per la notizia eccezionale. Così lo ricordiamo noi tutti vecchi colleghi della “Gazzetta del Popolo”. Era nato ad Asti il 15 aprile 1934. Suo padre aveva una farmacia molto conosciuta in città e naturalmente avrebbe voluto che Ito proseguisse quell’attività. Spirito libero, aveva accettato sì di laurearsi in farmacia per accontantare il padre, ma era altresì deciso a non perdere tempo in un negozio. Voleva scrivere, diventare qualcuno nel mondo dei media. Così, appena laureato, aveva dato una svolta alla sua vita riuscendo ad  entrare alla Rai senza contratto nella speranza di essere assunto. In quegli anni 50 aveva appreso il mestiere a contatto quotidiano con professionisti del calibro di Piero Angela, Gigi Marsico, Mario Pogliotti, Leoncillo Leoncilli, tutti allievi di Sergio Zavoli.  Poco prima di lasciare la Rai aveva realizzato per la tv un bel documentario sulle montagne piemontesi dal titolo “Buon Natale ovunque tu sia”.  Stanco di essere preso in giro dal capo della redazione di allora che rimandava, di continuo la promessa assunzione, nel 1961 De Rolandis si chiude alle spalle la porta di via Montebello e approda in corso Valdocco 2 dove c’era la sede della vecchia “Gazzetta del Popolo”, giornale dalle nobili origini risorgimentali, caro ai lettori piemontesi e con ancora una certa importanza nazionale. Ugo Zatterin aveva da poco lasciato la direzione ad Arturo Chiodi e il quotidiano, che gravitava allora nell’area democristiana, aveva una redazione e  una cronaca agguerrite con fior fiore di giornalisti. Tra gli altri  il conte Lorenzo Gigli, che curava  la tarza pagina, suo figlio Carlino Gigli,  Gian Maria Guglielmino, critico di tv e spettacoli, Luigi Carluccio, critico d’arte, amico ed estimatore di Luigi Spazzapan, e nella redazione sportiva Alfredo Toniolo: il suo parere era prezioso per gli allenatori della nazionale di calcio. Ito entra in cronaca, sa scrivere, ha fantasia, inizia il suo nuovo lavoro, seguendo la nera e la giudiziaria. Due anni prima ha incontrato Carla, l’amore della sua vita. Lei racconta di essersi accorta che da qualche tempo un uomo la seguiva senza mai rivolgerle la parola. “Un bel giorno lo affronto e gli chiedo cosa vuole e lui mi risponde con la più bella faccia tosta di questo mondo che vuole sposarmi”. Ed io:”Prima vieni a conoscere i miei e poi ne parliamo”. Poco tempo dopo si sposano e dalla loro unione nascerà Alessandro. In cronaca De Rolandis è un vulcano d’idee, è un appassionato radioamatore, amico dei fratelli Judica Cordiglia, frequenta il loro centro di ascolto spaziale sulla collina di Torino. Quando smette di battere sui tasti della vecchia Remington alla “Gazzetta”, collega telefonicamente persone che non si sarebbero mai parlate. Nel suo appartamento di corso Racconigi ha attrezzato un centro da cui si collega con i radioamatori di tutto il mondo e naturalemente ha sempre notizie di prima mano.  Verso la fine degli anni 60, precisamente nel 1967, approda anche chi scrive alla “Gazzetta”. Direttore del giornale ora è Giorgio Vecchiato, veneziano messo a dirigere il giornale dalla Democrazia Cristiana. Vecchiato è un ottimo giornalista, sa scrivere molto bene, i suoi fondi fanno sempre opinione. Capocronista è Vito Napoli, di origine calabrese. Il fratello Osvaldo, di qualche anno più giovane, è sindaco di Giaveno, oggi è  deputato di Forza Italia. In cronaca, dove il ricambio negli ultimi anni  è stato notevole, siamo quasi tutti giovani. C’è Claudio Donat-Cattin, figlio del ministro Carlo, di lì a poco arriveranno Salvatore Tropea, Pier Paolo Benedetto, Beppe Fossati, Cesare Martinetti e ultimo Ezio Mauro. Tutti colleghi che faranno strada nel giornalismo italiano Eravamo liberi, non eravamo solo colleghi, eravamo amici e nostra unica preoccupazione era di far meglio della corazzata ammiraglia, vale a dire “La Stampa”, che aveva a disposizione mezzi che noi manco ci sognavamo. In piena libertà abbiamo raccontato la chiusura dei manicomi ai tempi della legge Basaglia. Donat- Cattin e Vito Napoli hanno condotto un’inchiesta diventata famosa sui “Baroni” della medicina torinese che fece epoca e fruttò loro il premio Saint-Vincent. La Stampa arrancava, era un problema per i cronisti di via Marenco dar contro ai Dogliotti molto legati alla famiglia Agnelli. Con Ito, prima di diventare capocronista, ho seguito molti delitti, famoso quello della prostituta Martine Beauregard, assassinata, il cadavere abbandonato in un fosso nei pressi di Vinovo. Per oltre un mese ogni giorno c’erano notizie  fresche, come quella dell’avvocato Carlo Campagna che si autoaccusò del delitto, poi improvvisamente il silenzio. Ma dovevamo scrivere. Allora pensammo di portare un mazzo di rose rosse sulla tomba di Martine.Nessun biglietto. Sul scrivemmo che poteva essere stata opera dell’assassino colto dai rimorsi. Purtroppo fummo smascherati da un bravissimo cronista di “Stampa Sera”, Umberto Zanatta, che era riuscito a risalire sino al negozio dove avevamo comprato i fiori. L’episodio fece scandalo, ma nemmeno poi tanto. Rientrava nella guerra acerrima che c’era allora fra corso Valdocco e via Marenco. Un bel giorno, a metà degli anni 70, De Rolandis entra in cronaca e dice:”Questa sera, se siete tutti d’accordo, potremmo intevistare qualche onorevole torinese”. Era il periodo delle radio libere che nascevano allora come funghi. Per un un bel po’ di sere, chiusa la prima edizione, iniziavano queste interviste surrealiste: tra le domande ricorrenti c’era sempre questa:”Onorevole, cosa pensa dei meridionali che coltivano i pomodori nella vasca da bagno?”. Tutti, nessuno escluso, commentavano il fatto dando le risposte più strampalate a seconda della loro appartenenza politica. Ci divertivamo, ma sul lavoro nessuno di noi ha mai scherzato. La cronaca della “Gazzetta” nel periodo del terrorismo ha ospitato inviati di tutti i quotidiani italiani. Non andavano alla “Stampa”, venivano da noi. Mettevamo i nostri telefoni a loro disposizione. Era uno scambio  continuo di idee e di  notizie. Nei periodi di pausa del lavoro De Rolandis ci raccontava spesso che a Castell’ Alfero, nella sua casa avita, custodiva il vero primo tricolore italiano. Un suo avo, Gian Battista De Rolandis, nel 1794 era stato il primo ad adottare la bandiera dai tre colori. Documenti alla mano, ci spiegava che non erano fantasie le sue. In effetti al museo del Risorgimento di Torino c’è la prima coccarda tricolore. Ito ha sempre tentato invano di avere un riconoscimento ufficiale. Era un suo cruccio che putroppo s’è portato nella tomba.  Nel 1983, quando la “Gazzetta” è scomparsa dalle edicole, Ito ha continuato a scrivere per il “Messaggero” e per il “Secolo XIX” inoltre ha pubblicato libri per la Sei. Il più famoso è Attacco alla “Sindone”  romanzo e al tempo stesso indagine scientifica. In questi ultimi anni s’era innamorato di Carloforte in Sardegna e a gennaio, pur già ammalato, aveva espresso il desiderio di trascorrere qualche giorno al mare. Un’emorragia renale lo ha colto e il corona virus non gli ha permesso di rientrare a Castell’Alfero. Se n’è andato un bravo giornalista e scrittore, un gentiluomo  di coinvolgente simpatia. Un grande uomo, un caro amico.                                                                                Ernesto Marenco

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