Mirella Appiotti: mestiere, eleganza, coraggio


Ciao Mirella, l’ultima volta ci siamo visti al Circolo della Stampa, a ricordare Nanni, Giovanni Capponi, il compagno dell’ultima parte della tua vita, il mio caposervizio allo sport de La Stampa per tanti anni. La prima volta c’eravamo visti in una redazione, nella galleria San Federico dove adesso stanno quelli del Corriere della sera di Torino. Una prima volta che tu non puoi ricordare e che io devo invece ricordare perché serve a evocare te ed a farti un omaggio tanto giusto quanto speciale. Correvano gli anni cinquanta, io ero ventenne abusivo a Tuttosport, mi avevano convocato per un provino a Stampa Sera, un provino così segreto che non ricordo chi mi chiamò. Gli orari lo permettevano: stavo al quotidiano politico dalle 6 alle 12, al quotidiano sportivo dalle 12,30 ad oltranza, nome questo – oltranza, sì – dell’ora gelatinosa in cui un giornalista può davvero staccare. Ressi la fatica, il  travestimento per una quindicina di giorni, poi tornai in presuntuosa esclusiva a Tuttosport. Ma intanto per un poco ero stato dei vostri, e c’eri pure tu.   In quella stanzona della cronaca , a Stampa Sera, c’era un capo che tremava quando di colpo entrava il mitico feroce direttore Giulio De Benedetti, a chiedere al primo che vedeva, anche se non sapeva chi fosse: “Lei cosa sta facendo?”. E tu mi avevi raccomandato subito di tenere sempre un po’ di fogli dattiloscritti davanti e  di riempirli di segni, roba utileper dire dicendo che stavo correggendo il pezzo di un corrispondente. C’’erano anziani paragiornalisti fra i quali un pensionato dell’esercito, uno delle ferrovie, un ex marciatore, c’era un giovanotto che sognava di andare a Londra da giornalista e ce la fece, e c’era un altro giovanotto che studiava da avvocato e finì per fare arringhe,  e anche uno di mezza età malatissimo di cuore e sotto bisturi ogni tanto di grandi cardiochirurghi statunitensi. E c’era appunto il ragazzino “fuggitivo” provvisorio da Tuttosport e tu, unica donna, sacerdotessa di quel tempio bislacco di personaggi però tutti malati di giornalismo lo trattasti subito bene: aveva – lui, cioè io  – un cinque annetti meno dei tuoi ma tu eri già autorevole, nota e soprattutto assunta, assunta, assuntaaaa. E gli smistavi anche compiti importantucci. E cantavi, cantavi molto, canzoni note ed anche improvvisate, su tutte quelle quando entrava il militare in pensione che si occupava di meteorologia allora meno di moda di adesso. “Caro colonnellooooo” gli intonavi quando entrava, lui sbuffava comunque felice del tuo trillare, e ancora adesso il sound unico residuo di quei giorni per me rimane proprio il  tuo gorgheggio.  Tu eri sposata o fidanzata allora ad un giovane giurista assistente universitario di Mario Allara, rettore magnifico che era una belva con gli studenti impreparati, io fra costoro, e infatti vi lasciai senza avere osato chiederti di intercedere per me  presso il “tuo” professor Fedele: cinque volte tentai invano l’esame di istituzioni di diritto privato con Allara, al fianco del quale sedeva il tuo lui che non sapeva che io per presentarmi (e accadde anche una volta durante i miei giorni a Stampa Sera) dopo un qualche ridicolo studiacchiare sbadigliavo più del solito.  Ciao Mirella, hai sorriso?   Gian Paolo Ormezzano  

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