Beppe Del Colle, i valori e le idee


Beppe Del Colle, scomparso il 9 dicembre scorso a Torino, all’età di 89 anni, è uscito in questi giorni da quel cono d’ombra e da quella solitudine in cui un po’ tutti finiamo quando, per età e per fine lavoro, abbandoniamo quel palcoscenico mediatico che oggi garantisce l’unica visibilità. Ed è ritornato a rivivere fra noi, grazie agli articoli che gli hanno dedicato alcuni colleghi. Ne sono stata particolarmente felice perché nel lungo sodalizio professionale a “il nostro tempo”, e a “Famiglia Cristiana”, ho avuto la fortuna di scoprire, giorno dopo giorno, un giornalista che mi auguro rimanga di esempio alle nuove generazioni. Beppe del Colle, prima ancora che un grande giornalista e maestro di giornalismo, è stato un uomo buono, giusto e mite, umile e gentile. E’ stato l’uomo del Vangelo, suo punto costante di riferimento. Aveva capito come era importante che la sua vita fosse coerente con le parole che scriveva. Glielo aveva insegnato, quando era ragazzo di diciannove anni, che aveva deciso da sempre di fare il giornalista, don Carlo Chiavazza, fondatore del “il nostro tempo”. Un prete in anticipo sui tempi, reduce dalla campagna di Russia, come cappellano degli Alpini, innamorato della carta stampata, pioniere della televisione, che diceva del suo settimanale: “E’ il mio pulpito di carta”. Alla sua scuola Beppe ha fatto i primi passi, transitando poi da “Il popolo nuovo “alla “Gazzetta del popolo” a “Stampa sera”, a inviato de “La Stampa”, vicedirettore di Famiglia Cristiana, e infine Direttore de “il nostro tempo”. Ovunque passava, lasciava una traccia profonda, quella di un giornalista che intende la sua professione come un servizio per “il bene comune”. Soprattutto che deve sempre costruire i suoi articoli privilegiando i fatti, la realtà, riferita nel modo più oggettivo possibile e serio , attraverso un’alta qualità di scrittura , in rigore, giustizia e verità. Aveva maturato questa consapevolezza, quando cronista di “Stampa sera” si era trovato di fronte a tanti dilemmi, in particolare quando doveva scrivere di cronaca nera. Ho ritrovato in questi giorni, é del 1968, una sua riflessione che ha segnato il suo percorso professionale. “La cronaca nera è il momento del giornalismo in cui con più acutezza e angoscia si avverte la necessità di tutte le doti indispensabili alla riuscita del mestiere…Ho dei ricordi angosciosi, a questo proposito: quante volte il dubbio dell’inesattezza di un dettaglio, del nome di una via, di una data, di una parola, pronunciata in un momento particolarmente importante di una storia, mi ha tormentato a lungo, tenendomi inchiodato davanti alla macchina da scrivere”. Etica professionale, fedeltà alla verità innanzi tutto. Ma anche un’alta qualità di scrittura che gli arrivava dalla sua frequentazione di una cultura come fonte di vita – si era laureato in Lettere moderne, con una tesi su “Storia delle dottrine politiche”- sono stati sempre i suoi riferimenti-guida. Quelli che ha trasmesso a generazioni di giovani giornalisti che hanno bussato alla porta della redazione de “il nostro tempo” e che gli devono tanto. Anche perché Beppe, che l’ha diretto per venticinque anni, li accoglieva come in una famiglia, memore di quanto don Carlo gli aveva detto un giorno: “Il giornale prima di essere una testata e un lavoro, è una famiglia”. L’atmosfera nelle tre stanzette di Cs. Matteotti undici, a Torino, era tale. Le riunioni di redazione erano sempre allargate fino all’ultimo ragazzo accolto nella “cucina” del giornale. Si aprivano con scambi di battute distensive, spesso allegre, che aprivano alla confidenza, all’ascolto, alla condivisione di interessi. Beppe, oltre che essere innamorato della sua città, era un tifoso del “Torino”. Non mancava mai l’aggiornamento sulla squadra del cuore, poi si passava alla progettazione. Tutti venivano ascoltati, richiesti di raccontare i fatti che più li avevano colpiti e alla fine, alcuni mandati sul posto a far i loro servizi. “Si impara a fare il vero giornalismo, andando nei luoghi, incontrando le persone, ascoltandole, abitando le situazioni” ripeteva spesso. C’erano due argomenti che gli stavano a cuore. “Le buone notizie “, perché diceva, aiutano a ritrovare la speranza, uscire dall’indifferenza, partecipare alla vita collettiva, facendo ciascuno la propria parte con responsabilità e rispetto verso le persone. E “dare voce a chi non ce l’ha”, per smontare tanti luoghi comuni e tante situazione effimere, per arricchire l’informazione attraverso “coloro che non contano” e spesso vivono nei sotterranei della storia. Queste preferenze venivano dall’estensione della sua umanità verso gli altri, senza preclusioni per le appartenenze e le provenienze. Nascevano dal suo desiderio di servire i lettori, aiutandoli a scoprire angoli di vita trascurati, quella quotidianità che è la voce e il volto reale dell’esistere e del narrare. “il nostro tempo” era un settimanale di ispirazione cattolica, ma Del Colle lo ha trasformato in un ponte e una palestra di confronto e di ascolto con la società laica, che gli ha meritato la stima e la collaborazione di persone che provenivano da altri versanti. Come Giovanni Arpino che vi collaborò quasi fino all’ultimo giorno della sua vita, dall’ospedale, perché lo considerava un giornale che veniva “scritto in piedi e con la schiena diritta”. Claudio Magris che, oltre a darci ogni tanto i suoi contributi, sulle colonne del “Corriere della sera” lo definì “uno dei migliori settimanali e non solo cattolici, di grande utilità per l’informazione”. Nel saluto affettuoso e addolorato che ora gli inviamo c’è una speranza che, passato il momento della commozione, si continui a farlo vivere fra noi come esempio di quel giornalismo che non è fatto di parole di carta, ma di parole di carne pulsante, che entrano nelle vite delle persone, coinvolgendole e aprendo orizzonti di speranza, di coraggio e di partecipazione alla vita dell’umanità. Maria Pia Bonanate

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